Skip to content

Fonderia Dante, la ricerca per essere sostenibili (e più liberi dal caro-energia)

Il fragore delle mazze sul metallo. Il frastuono delle macchine. Il calore della fusione. Il fumo. Tutto, quando si parla della Cooperativa Fonderia Dante (CFD), acquista un carattere quasi epico. Sì, perché nella storia dell’azienda di San Bonifacio, (ri)nata nel veronese da un progetto di workers buyout, certe “antiche” suggestioni sembrano incontrarsi con la modernità, in un intreccio tra industria, dimensione umana e sostenibilità. Un intreccio messo a rischio – come per tutte le aziende energivore – dall’esplosione dei costi, ma a cui qui nessuno ha intenzione di rinunciare, e che quindi va sostenuto, ancora di più.

 

“La nostra cooperativa – spiega l’amministratore delegato della CFD Erasmo D’Onofrio – è molto attenta ad investire nella sostenibilità, consci come siamo del vantaggio che ne può ricavare tutta la comunità. Quello che riteniamo sia davvero fondamentale, però, è il modo in cui ci siamo sempre posti di fronte al lavoro che svolgiamo: un modo di pensare che ci ha portato a mettere al centro della nostra attività l’uomo, con le sue capacità ma anche con le sue debolezze, perfettamente consapevoli che il lavoro non deve essere il fine ma solo un mezzo per migliorare e per ricercare il proprio benessere”

 

“In questa direzione – prosegue D’Onofrio – il rapporto con Coopfond è stato importante, perché ci ha permesso di portare avanti, senza troppi patemi, la nostra ‘filosofia’, offrendoci l’opportunità di lavorare con continuità e di guardare al futuro. Non si è trattato solo di un supporto finanziario ma anche della possibilità di condividere una strategia – basata sulla sostenibilità economica e sull’attenzione verso l’ambiente – a medio e lungo termine”.

 

Costituita nel 2017 la CFD ha raggiunto un fatturato che supera i 21 milioni di euro, grazie alla produzione e alla vendita di caldaie a basamento e di dischi a freno in ghisa. E questo in un settore dominato da alcune grandi multinazionali dove, però, l’eccellenza e la qualità del Made in Italy sembrano poter ancora fare la differenza. Come dimostrano i 77 soci lavoratori della cooperativa veneta, terzisti specializzati in grado di fornire alla propria clientela un prodotto che finisce con l’unire un know how sapiente alla conoscenza delle tecnologie più innovative, legate alla connettività o all’utilizzo di nuovi propellenti (vedi le celle combustibili).

 

“Per essere più competitivi – dice ancora D’Onofrio – abbiamo effettuato molti importanti investimenti, mettendo in campo nuovi macchinari e nuovi processi e sviluppando dei prodotti che tengono conto del risparmio energetico e dell’ambiente. In più, c’è stata nella nostra cooperativa una svolta sostanziale rispetto, diciamo così, all’attitudine che un socio deve avere quando entra a far parte di un wbo: sto parlando della necessità di acquisire una dimensione più ‘imprenditoriale’ e lontana anni luce da quella cultura che aveva portato l’azienda al fallimento”.

 

Una svolta, si può aggiungere, che ha consentito alla CFD di diventare, seppur in un ambito di nicchia, un punto di riferimento nel mondo per quanto concerne il prodotto caldaia, configurandosi come un’azienda, “gelosa” della propria specificità, caratterizzata da un approccio fortemente specialistico.

 

“La nostra – conclude D’Onofrio – sarà sempre una realtà di nicchia, strettamente legata al territorio nel quale è nata. Ma, se guardo al futuro, posso dire che una cosa per noi diventerà ancora più impellente: la volontà di prenderci cura dei nostri stakeholder, grazie ad un nuovo impianto carbon free e ad un modello produttivo all’avanguardia in grado di generare la redditività necessaria per continuare ad investire”.

 

Ti è piaciuto l'articolo?

Share on facebook
Condividilo su Facebook
Share on twitter
Condividilo su Twitter
Share on linkedin
Condividilo su Linkedin
Share on email
Condividilo via email