Un lavoro d’equipe, un balletto scandito dai rumori metallici delle “canne”, dai tonfi sordi delle mazze di legno bagnato, dalle grida dei “maestri”, dallo sfrigolio dell’acqua che evapora a contatto con il vetro incandescente, mentre prendono corpo sagome trasparenti. Gesti antichi, strumenti semplici, momenti quasi rituali che si ripetono da secoli. Il vetro, come ha detto qualcuno (Alessandro Baricco?), è magico. Lo sanno bene quelli della cooperativa IVV (Industria Vetraria Valdarnese), fondata , oltre sessanta anni fa, da un gruppo di maestri vetrai nel cuore della Toscana, tra Arezzo, Siena e Firenze. Mille referenze (continuamente rinnovate), 14 milioni di euro di fatturato, la presenza in più di novanta paesi (tra cui, solo per fare qualche esempio, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Egitto e Qatar). Se, per usare una metafora culinaria, ogni azienda ha la sua ricetta, quella della IVV è presto detta: vetro pulito, privo di piombo; colori senza ossidi inquinanti; 25% del vetro interamente riciclato durante il processo di produzione. La cura per l’ambiente, insomma, unita però ad altri “ingredienti”, come il rispetto per le proprie radici, una materia prima d’eccellenza, la capacità di realizzare nuovi progetti. E poi, loro: i novantacinque soci cooperatori che – parola di Simone Carresi, presidente dell’IVV – “nei momenti più difficili (e ce ne sono stati tanti), si sono sempre rimboccati le maniche, permettendo alla cooperativa di continuare ad esistere”. Nel segno di un’industria che, ad ogni costo, vuole difendere la sua vocazione artigiana. La sua “anima”.
