Roma, 27 settembre 2018 – “Il tetto va aggiustato quando il cielo è sereno”. Lo diceva John Kennedy e lo ha ricordato Debora Rosciani, giornalista di Radio 24, aprendo il talk show al centro della mattinata dedicata a celebrare i 25 anni di Coopfond. Un momento dedicato proprio a guardare avanti, alle sfide che aspettano la cooperazione e che in parte l’hanno già raggiunta. Quindi non al cielo azzurro, ai risultati ottenuti dal Fondo in questo quarto di secolo, ma a quelli che potrà traguardare nei prossimi 25 anni.
A portare il proprio contributo in questa direzione sono stati, insieme al vicepresidente di Legacoop e Coopfond Luca Bernareggi, tre professori universitari: Luigi Corvo di Tor Vergata; Stefano Epifani della Carlo Bo di Urbino e La Sapienza di Roma e Roberto Randazzo del Politecnico di Milano. Tre punti di vista per approfondire nuove prospettive – dalla trasformazione digitale alla finanza d’impatto – con cui chi fa impresa, e chi ne sostiene lo sforzo, dovrà comunque confrontarsi nei prossimi anni.
“La cooperazione – ha scaldato i motori Luigi Corvo – può offrire non solo beni e servizi, ma anche soluzioni di conoscenza per uscire da un momento di impasse, per immaginare un sistema economico migliore. Può e deve porsi come modello di sviluppo complessivo”. Un ruolo ‘di sistema’ già lo sta giocando, ad esempio nel rapporto con la pubblica amministrazione: “Grazie alla cooperazione lo Stato ha spesso potuto ridurre la spesa pubblica mantenendo, grazie ad un miglior rapporto costo/prestazione, i servizi e dunque la coesione sociale. Alla cooperazione va accreditato un ‘dividendo sociale’ che purtroppo ancor oggi le viene riconosciuto più all’estero che in Italia”.
In ambito finanziario, invece, proprio all’estero occorrerebbe ‘alzare la voce’: “Nelle conferenze in cui si parla di finanza d’impatto – ha spiegato Roberto Randazzo – passa unicamente il modello anglosassone, mentre l’esperienza che avete sviluppato a Coopfond ritengo potrebbe essere di grande interesse e rilievo. È un momento in cui aspetti che sono cresciuti disgiunti iniziano ad incrociarsi e valori e prassi del mondo cooperativo possono davvero giocare un ruolo importante per lo sviluppo di tutto il sistema economico”.
Stefano Epifani ha ricordato la differenza che troppo spesso viene dimenticata tra digitalizzazione (che riguarda come si producono gli oggetti o i servizi) e la trasformazione digitale (che riguarda cosa si produce): “In Italia – ha spiegato – abbiamo digitalizzato poco e male: siamo quart’ultimi in Europa. All’appuntamento con la trasformazione digitale, così, arriviamo affannati ed è quindi ancor più importante comprendere bene i contorni della sfida che abbiamo davanti, che può offrire alla cooperazione grandi opportunità. La neve, se il tetto non è aggiustato, è senz’altro un problema serio, ma se apro campi da sci può essere anche una altrettanto grande opportunità”.
In questo sforzo anche la cooperazione risente negativamente delle inefficienze dello Stato. “I ritardi più pesanti sul versante dell’innovazione – ha commentato il vicepresidente di Coopfond e Legacoop Luca Bernareggi – si registrano proprio nella pubblica amministrazione. E questo da una parte disincentiva gli investimenti, dall’altra penalizza chi li compie. Il nostro compito è anche sollecitare la politica a farsi carico di questi temi, decisivi per il futuro non solo della cooperazione ma di tutto il Paese”.
Non è necessario però aspettare che la politica si muova, ha sottolineato Luigi Corvo: “Alcune battagli per l’innovazione si combattono fuori e voi potete farlo nella misura in cui intendete il vostro ruolo non solo in modo quantitativo, ma per le connessioni qualitative che riuscite ad esprimere”. Ma dalle regole e dalla politica, ha ammesso, non si può prescindere: “I bond sulla finanza sociale d’impatto faticano a partire, ad esempio, perché gli investimenti di un livello istituzionale producono benefici per un livello diverso oppure producono effetti pluriennali e nessuno ha ancora trovato il modo di riconoscerli. O ancora: la possibilità della co-progettazione con impatto sociale prevista dalla riforma del Terzo settore è bloccata dal Codice degli appalti. Troppe volte le regole nel nostro Paese disincentivano l’assunzione di rischio, inducono a scelte conservative, e rendono così impraticabile l’innovazione”.
L’essenziale è vigilare affinché questo atteggiamento – ha ammonito Stefano Epifani – non tracimi e passi anche all’interno dell’impresa: “Attenzione a non essere burocraticamente difensivisti anche in cooperativa. Il cambiamento dei mercati è in atto, tutto il contesto sta mutando che ci piaccia oppure no, e se ci preoccupassimo di difendere valori o risultati conseguiti a prescindere dal contesto ci autocondanneremmo alla sconfitta o, peggio ancora, all’insignificanza. Dobbiamo invece fare tre cose: comprendere il contesto; ripensarci al suo interno; trovare come essere utili a noi e all’evoluzione positiva del contesto stesso, cambiando quel che non ci soddisfa”.
Una strada necessaria, anche se in salita. Ma anche una strada lungo cui si incontrano buone pratiche, già realizzate in ambito cooperativo. Roberto Randazzo ne ha ricordate tre: “Innanzitutto Genera, che in Lombardia interviene con strumenti innovativi o tradizionali a supporto degli investimenti. E poi l’immobiliare che a Reggio Emilia rileva proprietà della cooperazione sociale per generare leva finanziaria e sostenere investimenti per innovare e ampliare i servizi. Infine uno strumento per la finanza d’impatto che, come già fa Coopfond, misura anche le performance sociali e finanzia solo gli interventi dotati anche di questo indicatore”.
“Siamo tra le organizzazioni che hanno ottenuto dal Ministero di sedere al tavolo dove si realizza la regia per Impresa 4.0 – ha ricordato, concludendo, Luca Bernareggi – e lì abbiamo scoperto che tante cooperative hanno già realizzato o hanno in corso progetti importanti in questa direzione. Noi ci siamo, ma ci siamo anche per sollecitare lo Stato a fare fino in fondo la propria parte, confrontandosi con le rigidità e le difficoltà di un contesto che non possiamo trascurare. Penso, ad esempio, al problema dei nostri anziani, che tra pochi anni, visti gli andamenti demografici, rischiamo di non avere più le risorse per assistere: come facciamo fronte a tutto ciò? Sono domande scomode e le risposte possono essere impopolari, ma la politica deve porsele oggi, per non ridursi a farlo quando sarà troppo tardi”.
